A margine della assemblea costituente del PD

Poca partecipazione; proliferare di correnti; messa in discussione della leadership; onestà nel riconoscere la sconfitta elettorale, seguita da quella siciliana, impegno a proseguire nel PD l'azione per formare un grande partito unitario del centro-sinistra. Onesta sembra la sintesi... Ma soprattutto, ci pare, c'è stata una notevole carenza di analisi politica

Il Partito: Un partito si identifica soprattutto per le battaglie che intende affrontare nel futuro (e non su quelle fatte nel passato). E, quindi, anche nell'analisi che fa del campo di battaglia e degli schieramenti nonché della linea politica che intende proporsi.

Allora: 1) Dove siamo? 2) Chi sono e cosa vogliono gli avversari e, viceversa, noi?

1. Noi siamo la generazione che vive, dopo un secolo, una situazione analoga a quella degli anni '20.

Allora continuava la globalizzazione "lunga" ( 1870- 1914) ad egemonia inglese che aveva già prodotto la I Guerra Mondiale, e si apprestava a provocare la II Guerra Mondiale, per i meccanismi intrinseci del libero mercato.

Oggi continua una globalizzazione "breve", di segno anarchico che segue quella ad egemonia americana (1980-2000); egemonia già sfociata - e fallita - nella guerra in Iraq e nella crisi finanziaria.

Così si stanno riproducendo molti dei fenomeni di allora: fortissima competizione tra le economie statuali; disoccupazione e calo dei redditi, crollo dei consumi, scontri sempre più aspri fra le categorie sociali e caccia alle minoranze divenute capri espiatori, riduzione delle regole della democrazia come impedimento per strategie più competitive, personalizzazione della politica, ecc.

Agli svolgimenti drammatici di allora (fascismo - nazismo - guerra) l'azione degli Stati Nazionali consistette nel dare prima la risposta autarchica (1926-1936 che però non impedì la Guerra) e poi - finalmente - quella del keynesismo; cioè di un forte interventismo pubblico nell'economia in funzione di rilancio dei consumi (pubblici, e poi, privati) e di riequilibrio dei settori.

Oggi noi non abbiamo nemmeno la risposta autarchica, perché la globalizzazione è totale e limita gli Stati Nazionali che, quindi, non dispongono più degli stessi poteri di intervento, rendendo così impossibile anche la risposta keynesiana la quale, per definizione presuppone il ruolo centrale dello Stato. Manca il Paese Egemone, manca l'Imperatore. Chi salverà il mondo dal disastro "dell'Anno Mille"?

Ecco dove siamo, siamo al 1929 (o quasi).

2. Cosa vogliono gli avversari? E noi?

In questa situazione tutti vogliono, e non possono che volere, una sola cosa: resistere, sopravvivere, vincere nella durissima competizione. Dunque i margini operativi di ogni Stato si riducono sempre di più, dovendosi subordinare alla ragione della competitività.

Nessuno pensa seriamente che si possa dare un ordine superiore a quello dei Singoli Stati, che superi la logica di competitività e permetta uno sviluppo espansivo e riequilibratore a livello mondiale.

Il problema, purtroppo, per ora è uno: chi deve affrontare, cioè pagare per primo, il prezzo della corsa nella competizione? Il sistema produttivo o il sistema "consumatoriale"?

Tutti comprendono che alla fine gli effetti cadranno su tutti; ma fa una gran differenza affrontarlo prima di qui o di là.

3. Hanno le forze politiche, la dotazione culturale per comprendere, e quindi poi per affrontare il problema?

E' alla verifica di questa domanda che si appalesano la sostanziale insufficienza e povertà di analisi e di risposta nostra, cioè del PD, per quello che ci interessa qui direttamente. Così come lo è quella del Pdl (e non considerando la risposta antistorica e torbida del leghismo e quella impolitica, sprezzante e strumentale del dipietrismo).

In tale situazione obiettiva, questo sarebbe dunque il tempo di una grande alleanza di solidarietà nazionale "all'italiana" (1976-1979) o "alla tedesca" (oggi). E in ciò può condensarsi l'intuizione di Veltroni. Ma vi si oppongono le conseguenze della rottura golpista di Tangentopoli, precipitata da un capitalismo da sempre incauto e portato alle maniere forti (Mussolini-Tangentopoli).

Dunque le forze sociali che avrebbero potuto, sulla base della loro storia fino al 1992, ricercare un utile compromesso, ne sono impossibilitate dagli sviluppi (mussoliniani) di Tangentopoli, che durano tuttora.

Che fare allora?

Intanto, "non andare a caccia di farfalle sotto l'arco di Tito", pensando che la soluzione sia nei tecnicismi di selezione della classe politica; o in nuovismi "apocrifi"; o in campagne girotondine antiberlusconiane, o in altri diversivi ancora. Il compito è ormai quello di pensare non più lo Stato Nazionale, ma il Mondo.

E di costruirne, per via democratica, il Governo, e comprendendo allora che sono queste le condizioni obiettive della politica, e che quindi non ha senso parlare di sconfitta alle elezioni. Non è accaduto, invece, nulla di men che prevedibile, Gli Stati, infatti, a causa dei ristretti margini di azione (e di finanza) conseguenti alla competizione, non possono rispondere alle richieste sociali cosicché i soci sono portati a cambiare i Governi (tutti) a mano a mano che se ne presenta l'occasione. E questo fino a quando, stanchi dell'inutilità del cambio, si indirizzeranno a cambiare il Sistema, magari cominciando a non fare più elezioni o a non fare più votare i soci stessi (preferenze ecc.)?

Dunque nessuna sconfitta politica ma tutto normale all'interno di una anormalità assoluta.

E così la prossima volta toccherà al nuovo Governo. A meno che non ci sia più una prossima volta.


Torino, 26 Giugno 2008